top of page

Ortoressia: cosa sappiamo davvero (e cosa ancora no)

26 set
Tempo di lettura: 4 min

Negli ultimi anni il termine "ortoressia" è entrato nel linguaggio comune, spesso usato in modo generico per descrivere chiunque presti molta attenzione a cosa mangia. Vale la pena fare chiarezza, perché dietro questa parola c'è un fenomeno reale e studiato, ma anche più complesso e meno definito di quanto si pensi.

Illustrazione: silhouette con lente d'ingrandimento su una foglia, circondata da rami botanici

Da dove nasce il termine

Il concetto è stato introdotto nel 1997 dal medico americano Steven Bratman, che lo ha usato per descrivere una preoccupazione ossessiva per la qualità "pura" o "sana" del cibo, tale da irrigidire progressivamente l'alimentazione e da compromettere il benessere psicologico e la vita sociale della persona.

La differenza rispetto ad altri disturbi del comportamento alimentare più noti è importante: nell'ortoressia, almeno nella sua descrizione originaria, il centro dell'attenzione non è la quantità di cibo o il peso corporeo, ma la qualità percepita degli alimenti. Il cibo viene classificato in categorie rigide, pure o impure, sane o dannose, e il rispetto di queste regole diventa fonte di ansia, controllo e, in alcuni casi, isolamento sociale.

Perché non è (ancora) una diagnosi clinica

Un punto che è corretto chiarire subito: l'ortoressia nervosa non è, a oggi, una diagnosi ufficialmente riconosciuta né nel DSM-5-TR né nell'ICD-11, i due principali sistemi di classificazione dei disturbi mentali. È un'area di ricerca attiva ma non ancora consolidata.

Nel 2022 un gruppo internazionale di esperti ha pubblicato su Eating and Weight Disorders un documento di consenso con una proposta di criteri diagnostici operativi, pensati per uso clinico e di ricerca. È un riferimento importante, ma non l'unica posizione in campo: nella letteratura più recente convivono voci autorevoli che mettono in discussione se abbia senso trattare l'ortoressia come categoria diagnostica a sé stante, piuttosto che come manifestazione che può rientrare in altri quadri già noti, come il disturbo ossessivo-compulsivo o alcune forme di disturbo della condotta alimentare non altrimenti specificate.

Anche gli strumenti di misurazione hanno dei limiti: il questionario più utilizzato negli studi, l'ORTO-15, è stato criticato più volte per problemi di validità, e questo si riflette anche sui dati di prevalenza disponibili, che variano moltissimo da uno studio all'altro, da pochi punti percentuali a valori molto più alti in campioni specifici come atleti o professionisti del settore nutrizionale. Per questo è più corretto parlare di stime incerte che di un dato consolidato.

I segnali descritti in letteratura

Al di là della classificazione formale, la ricerca ha individuato alcune caratteristiche che ricorrono con frequenza nelle persone che manifestano questo tipo di difficoltà: una rigidità crescente nelle regole alimentari personali, che si autoalimenta nel tempo; un tempo ed energia mentale sproporzionati dedicati alla selezione, pianificazione e preparazione del cibo "giusto"; un giudizio morale sui cibi, vissuti come buoni o cattivi indipendentemente dal contesto; e una progressiva compromissione della vita sociale, quando mangiare fuori casa o in compagnia diventa fonte di ansia anziché di piacere condiviso.

Dove finisce l'attenzione sana e dove inizia il problema

È la domanda che, nella pratica, conta di più. Un interesse consapevole per la qualità dell'alimentazione, informarsi, variare, fare scelte allineate ai propri obiettivi di salute, non è di per sé un problema, anzi. Diventa un campanello d'allarme quando questo interesse smette di essere flessibile: quando un'eccezione occasionale genera disagio significativo, quando le regole alimentari si estendono a un numero sempre maggiore di situazioni, quando la vita quotidiana si organizza attorno al cibo "corretto" più che attorno ai propri bisogni e relazioni.

Il ruolo del nutrizionista in questo percorso

È qui che, spesso, si inserisce la figura del biologo nutrizionista, ed è un ruolo più centrale di quanto si pensi. Nella pratica, è frequente che una persona con un rapporto sempre più rigido con il cibo si rivolga per prima cosa a un nutrizionista, magari proprio per "mangiare in modo più sano" o per rendere strutturato un pattern alimentare che sente di non controllare più. Questo rende il nutrizionista una delle figure meglio posizionate per notare per prime i segnali precoci, la rigidità crescente, l'ansia legata alle eccezioni, l'evitamento di certe situazioni sociali, proprio perché è la persona con cui il paziente parla di cibo in modo continuativo e dettagliato.

Nei percorsi di cura riconosciuti per i disturbi del comportamento alimentare, il nutrizionista non è una figura marginale ma parte integrante del team multidisciplinare, insieme a medico, psicologo e, quando necessario, psichiatra. Il suo contributo specifico riguarda la riabilitazione nutrizionale: aiutare a ricostruire una alimentazione varia e flessibile, reintrodurre gradualmente gli alimenti evitati, monitorare lo stato nutrizionale nel tempo e tradurre in pratica quotidiana il lavoro fatto sul piano psicologico. È un ruolo di prevenzione e di accompagnamento che richiede formazione specifica, non un compito che si esaurisce nel dare o togliere indicazioni dietetiche.

Quando ha senso chiedere aiuto

Se in queste descrizioni ci si riconosce, o si riconosce qualcuno vicino, il passo giusto è costruire un percorso di supporto che integri le competenze necessarie: la valutazione diagnostica e il trattamento psicologico restano di competenza di uno specialista della salute mentale con esperienza in disturbi del comportamento alimentare, mentre il nutrizionista può essere il primo interlocutore che intercetta il problema e la figura che, insieme al resto del team, accompagna la persona nella ricostruzione di un rapporto più sereno con il cibo.

Fonti: documento di consenso su definizione e criteri diagnostici dell'ortoressia nervosa (Cena et al., 2022, Eating and Weight Disorders); prospettiva critica sulla classificazione dell'ortoressia come nuova entità diagnostica; letteratura scientifica sui limiti degli strumenti di misurazione attualmente disponibili.

 
 
 

Commenti


bottom of page